Nostro figlio non ci parla più…

Essere genitori è affascinante, ma sempre difficile; essere genitori di un figlio adolescente lo è di più.
Comprendere uno che fino a pochi mesi prima era un libro aperto ed ora un enigma da decifrare, è forse la difficoltà maggiore, una difficoltà che condiziona l’intervento educativo nei confronti di un puledro che scalpita e morde il freno, perchè certo quello di educare è il compito principale dei genitori e degli adulti in genere.
L’adolescente è fondamentalmente alla ricerca della sua nuova identità, e questo obbliga anche il genitore a ridefinire la propria, quella del proprio ruolo.
L’articolo che segue si propone come un aiuto per questa comprensione, e si augura di aprire un dialogo coi genitori e di fornire uno strumento di confronto per svolgere al meglio il loro compito.

“Nostro figlio non ci parla più…”: difficoltà di comunicazione tra genitori e figli adolescenti.

Una difficoltà abbastanza comune tra i genitori di figli adolescenti riguarda la comunicazione con il proprio figlio: spesso i genitori lamentano una chiusura del figlio, che non parla più con loro, mentre passa ore al telefono o a “chattare” con gli amici; comportamento questo che genera ansia nei genitori e conseguenti sforzi da parte loro per “farlo” parlare, come succedeva un tempo, quando era bambino. Talvolta provano con domande dirette, cui il figlio risponde svogliatamente e a monosillabi, col risultato che i genitori si sentono frustrati e possono avere l’impressione di condurre un interrogatorio, più che una conversazione. A sua volta il figlio può sentirsi incalzato dalla loro curiosità e chiudersi ancora di più. Allora come fare?

Il primo passo da compiere è cercare di capire come mai un adolescente tenda a parlare poco di sé.
L’adolescenza è un periodo della vita caratterizzato da profonde trasformazioni, a vari livelli: fisico, cognitivo, psicologico. Tali trasformazioni portano con sé l’emergere di nuove potenzialità e desideri che premono verso l’autonomia e la crescita.
A livello cognitivo, ossia degli strumenti di cui disponiamo per conoscere la realtà esterna, durante l’adolescenza si sviluppano nuove capacità, in particolare quella di pensare per ipotesi astratte, superando il concreto, l’attuale per raggiungere l’astratto e il possibile.
La realtà osservabile non è più concepita come la sola realtà possibile, ma come una delle tante possibili: avviene un ampliamento della dimensione temporale, includendo accanto al presente il passato e il futuro; cresce anche la capacità di riflettere sul proprio pensiero.
Tutte queste nuove abilità favoriscono lo sviluppo, ma al contempo costituiscono un elemento destabilizzante, in quanto contribuiscono a modificare la percezione di sé e del mondo: vengono messi in discussione quei punti di riferimento che un tempo erano dati per certi.
Le nuove abilità si riflettono anche sul rapporto coi genitori e contribuiscono a cambiarlo, poiché l’adolescente non accetta passivamente le opinioni altrui e pretende spiegazioni approfondite. Nell’esprimere ciò che pensa, l’adolescente talvolta assume toni rivendicativi, che possono suonare aggressivi ai genitori, ma che da un lato riflettono il desiderio di imporre la propria autonomia e dall’altro nascondono vissuti d’inadeguatezza.
L’inadeguatezza è legata al non padroneggiare appieno le nuove abilità cognitive, al timore di non essere in grado di sostenere il proprio ragionamento. Quest’insicurezza può portare il ragazzo ad esprimere i propri pensieri solo con i coetanei, evitando di esporsi al “giudizio” dell’adulto.
Talvolta, gli adulti zittiscono il ragazzo con frasi tipo “Cosa vuoi capirne tu?” e questo atteggiamento mortifica, anziché sostenere le potenzialità in fieri del giovane. Pertanto é importante che i genitori cerchino di ascoltare con interesse e senza giudicare le opinioni del figlio. Un atteggiamento di questo tipo favorisce lo sviluppo delle sue capacità di pensare in modo critico e gli fornisce un importante riconoscimento.

Le profonde trasformazioni che l’adolescente vive non comportano solo nuove acquisizioni, ma anche delle “perdite” dolorose: “perd” i genitori forti e potenti dell’infanzia in quanto cambia il suo modo di vederli, perde la sicurezza del mondo infantile e “aspetti di sé” di quando era bambino.
L’adolescente oscilla tra movimenti regressivi e movimenti progressivi: tra l’essere piccolo e dipendente e l’essere adulto e indipendente.

Per il genitore è spesso difficile mantenere la propria identità di adulto con una funzione specifica: messo continuamente alla prova dal figlio, non solo il genitore si accorge che il figlio non lo vede più forte e potente come quando era bambino, ma lui stesso non si sente più giovane come una volta. Allora può egli stesso alternare atteggiamenti “alla pari”, come se fossero due amici e non genitore e figlio, e la riassunzione del proprio ruolo genitoriale quando subentrano le preoccupazioni.
Agli occhi dell’adolescente l’adulto appare, però, incoerente e contraddittorio e possono generarsi profonde incomprensioni.

Alla ricerca della propria identità e autonomia, l’adolescente dispone di immagini di se stesso indefinite e contraddittorie. Potremmo vedere la “chiusura” che i genitori riscontrano nei figli adolescenti un po’ come un bozzolo, come una difesa dall’essere capito, perché lui stesso non si capisce. Come ci insegna Senise (1990), psicoanalista che si è occupato molto di adolescenza, “qualsiasi adolescente ha nello stesso tempo bisogno di comunicare e bisogno di salvaguardare se stesso, di tenere una certa distanza”.
Per i genitori, però, non è facile tollerare l’ansia del non sapere e vorrebbero conoscere ciò che sta succedendo al proprio figlio. Più che cercare di “far parlare” il figlio, è importante fargli sentire che si è disponibili a raccogliere le comunicazioni che lui desidera dare e a confrontarsi con lui. L’adolescente ha bisogno di confrontarsi, magari anche scontrarsi con un adulto affidabile, che può mantenere la propria autostima, pur riconoscendo i propri limiti.
Se assumiamo un atteggiamento di ascolto, ci accorgiamo che i ragazzi comunicano molto a livello non verbale, ossia non con le parole, ma con i comportamenti, le azioni: per esempio, chiudere la porta della propria stanza è un modo per preservare il proprio spazio, laddove la stanza rappresenta per l’adolescente non solo uno spazio fisico, ma anche mentale.
Allo stesso modo, i ragazzi sono molto sensibili agli elementi non verbali delle comunicazioni che ricevono: per esempio, se un genitore è arrabbiato e sostiene di non esserlo, lo capiscono dal suo tono di voce, dall’espressione del suo viso. Per questo motivo è fondamentale essere spontanei e naturali con loro, e soprattutto fornire comunicazioni armoniche, nelle quali il sentimento che sottende l’espressione, verbale e non, è coerente col contenuto della comunicazione; in altre parole occorre essere se stessi, poiché i figli non hanno bisogno di genitori perfetti ma, come dice Winnicott, di genitori “sufficientemente buoni” che sappiano essere se stessi e farsi conoscere per quello che sono.